IN DUE. Giovanna Fra e Giorgio Vicentini

Dal 3 al 26 Giugno 2009
IN DUE. Giovanna Fra e Giorgio Vicentini
arte contemporanea, doppia personale

vernissage: mercoledì 3 giugno 2009 dalle ore 18,00
orario: martedì a venerdì dalle 17 alle 19,30 o per appuntamento

Mercoledì 3 giugno 2009 la galleria Scoglio di Quarto di Milano, inaugura dalle ore 18.00 con la doppia personale degli artisti Giovanna Fra e Giorgio Vicentini.
La mostra “IN DUE” (due personali) proporrà al pubblico recenti opere dei due artisti.
Progetto e allestimento: Gabriella Brembati

Giovanna Fra: musicalità del colore
Luigi Sansone

In occasione di una mia recente visita nello studio di pittura di Giovanna Fra a Pavia per scrivere questa breve testimonianza sul suo lavoro, ho notato una serie di opere su carta che ella ha eseguito tra il 1991-1992, quando frequentava l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Sono opere dai segni essenziali e minimalisti che colpiscono per la loro freschezza, in cui l’artista esprime la volontà di iniziare da una tabula rasa per elaborare una sua visione interiore basata sulla purezza assoluta del segno: segni impalpabili, eterei che riflettono anche echi di crisi esistenziale e ribellione contro espressioni convenzionali dell’arte.
Nell’opera di Fra è sempre presente un desiderio di rinnovamento che permetta alle sue emozioni nuovi valori pienamente soddisfacenti e calzanti alla sua mutevole e dinamica sensibilità.
Partendo dalle citate opere su carta l’artista giunge ad elaborare negli anni successivi composizioni complesse in cui il colore si dilata sull’intera superficie della tela così da suggerire un’impressione di espansione; mi riferisco ai cicli dei Paesaggi sonori e Acufeni nei quali ci trasmette percezioni e suoni interiori “come le note sul pentagramma, come parole sulla carta così il colore sulla tela, così paesaggi sonori”, dichiara la stessa artista.
A questi due cicli fanno seguito quelli intitolati Rumore bianco (2002-2004) Segni in attesa (2004-2005) e Linguaggio mutevole, quest’ultimo iniziato nel 2006, cicli vibranti di delicati colori in cui pigmenti naturali di vario tipo misti a polvere di ferro, argilla e cenere (due elementi di biblica memoria che rappresentano la fisicità e la spiritualità) creano sulla tela effetti fluidi e vaporose sfumature. Per Fra ciò che più conta è il colore, ella fa attenzione alle trasparenze, agli effetti di luminosità, alle sfumature: inventa continuamente il colore e lo trasforma.
Con il colore ella esprime il finito, l’infinito, la sospensione dell’inesprimibile.
Siamo alla smaterializzazione più totale della materia pittorica che acquista la leggerezza di ali di farfalla, attravesata da luce solare ed evidenziata dal bianco abbacinante del fondo della tela, in tutta l’opera pittorica e grafica di Fra sempre presente come spazio riposante, che rende i colori maggiormente protagonisti: tonalità accese, zone di luci vitali dialogano con zone d’ombra e tonalità tenui di meditazione.
Le sfumature cromatiche sono ottenute con irregolari frammenti di carte e stoffe imbevute di colore, appoggiate per un determinato tempo sulla tela affinchè lascino delle tracce, delle impronte più o meno consistenti, prima di essere rimosse.
Dunque con questo procedimento, che richiama quello seguito per il monotipo, Fra sostituisce in parte la pennellata con la macchia di colore diluito, che le consente la creazione di ampie e variegate stesure che a volte, dato l’assorbimento della tela e l’espandersi del colore in innumerevoli infintesimali ramificazioni, si trasformano in delicati e aerei aloni che si raccordano o congiungono tra loro. Accanto a queste impronte poi l’artista lascia sulla tela anche il suo diretto intervento gestuale, che consiste in dense pennellate date con sicurezza e mano veloce a complemento dell’armonia strutturale del dipinto.
Inoltre in alcune tele dei cicli Rumore bianco e Segni in attesa, le parti irrazionali rappresentate dalle “impronte” e da vigorose e dinamiche pennellate si contrappongono a zone di colore
geometricamente definite e limitate, come espressioni di voluta razionalità.
I suoi dipinti sono vibrazioni di tonalità in forme libere e vaganti, stati d’animo, incontri di pensieri che si identificano nel colore e dialogano in armonia o in contrasto nella figurazione della mente; in essi si realizza una sottile affascinante fusione tra segrete percezioni interiori di suoni che si mutano in colori, quasi visioni essenziali di pensieri che navigano nel misterioso mondo dell’essere oltre la fisicità.
Il colore da intenso si rende evanescente, compiacendosi di infinite sfumature, quasi a rivelarne l’anima, il soffio di cui è costituito.
Un’atmosfera sognante ci coinvolge guardando le sue tele, ci cattura in un lieve mondo di raffinata sensibilità, dove tutto è inteso e sussurato.
La pittura di Fra si inserisce nella grande e felice stagione dell’espressionismo astratto americano ed ha affinità soprattutto con le poetiche di Helen Frankenthaler, Morris Louis e Sam Francis le cui opere, come quelle della nostra artista, caratterizzate da un inteso uso del colore, sono concepite abbandonando l’uso del pennello e del cavalletto per adottare nuovi accorgimenti, come distendere la tela per terra per versarvi sopra strati di colore sempre più diluiti, nella serie Veils di Louis e in Mountains and sea, famoso grande dipinto fluido a colori diluiti di Frankenthaler, oppure facendo ricorso alla tecnica dello spruzzo di cui Francis è stato maestro.
Ma l’opera di Fra si riallaccia anche alla pittura informale italiana degli anni Cinquanta e in particolare ad un filone – quello naturalistico – della tradizione pittorica lombarda che il critico Francesco Arcangeli ha esaltato nel saggio Gli ultimi naturalisti, scritto nel 1954.
All’ultimo naturalismo di Arcangeli fu vicino Vasco Bendini uno degli artisti preferiti da Fra, esponente dei primi anni ’50 della pittura informale.
Quello che colpisce positivamente nelle opere di Fra è il ritrovarvi la tradizione e la modernità, il tempo presente e i valori assoluti.
L’insegnamento che ci viene trasmesso dalle sue opere è la coscienza e il rispetto del passato, imprescindibile riferimento per qualsiasi innovazione che voglia contribuire a un reale progresso artistico-culturale.

Giorgio Vicentini: Colore crudo
Claudio Cerritelli

Nei cicli di opere degli ultimi dieci anni Giorgio Vicentini ha sperimentato la sua dinamica scrittura visiva con lampi di immagini che non si limitano a contenere il già visto, esprimono piuttosto il desiderio di inventare scintille di colore non ancora conosciute.
Nei meccanismi esecutivi del dipingere avviene un continuo scambio di possibilità tra colore e ambiente, fluidità e rigore strutturale, opacità e trasparenza, luminosità dipinta e tensione virtuale della luce.
Vicentini è interessato alla profondità dello spazio in fuga, alla continua fluttuazione di eventi cromatici, alla disseminazione di segni in bilico su ogni superficie, al sottile magnetismo dei reciproci sconfinamenti.
Il dinamismo del colore si basa su potenzialità inafferrabili, sta al lettore entrare in azione con lo spazio tattile degli elementi, assimilare la discontinuità che affiora nella complessa struttura delle immagini.
Le vibrazioni cromatiche emergono anche solo per un attimo, la loro velocità percettiva avvolge lo spazio nella sua totalità e diffonde sensazioni di pura luce, tramiti allusivi ad altri universi di colore che aleggiano oltre la soglia spazio-temporale dell’immagine.
Negli sviluppi del “colore puro” l’immagine nasce dentro la trasparenza dei ‘polifoil’ sovrapposti che portano alla scoperta di forme complesse e indecifrabili, soprattutto emerge l’idea di uno spazio doppio, il visibile e l’invisibile, la parte emergente del pigmento e il mistero di ciò che sta nascosto nelle pieghe della materia. Si tratta di colore senza manipolazione diretta, plasmato e sospinto attraverso piccole pressioni manuali sulla pellicola, modificato come un denso fluire della materia, evento che dà il meglio di sé sotto gli effetti della pura sensibilità.
Ogni tensione dinamica si genera dal bianco di zinco come valore luminoso che non dà tregua ai lembi di “colore crudo” che Vicentini costruisce nell’equilibrio di un attimo. Mentre tende i pigmenti sulla superficie è come se l’artista afferrasse il momento cruciale di ogni forma, gli istanti irreversibili dai quali non si torna indietro.
La nudità del colore definisce ogni porzione, l’artista scontorna i perimetri, toglie il superfluo, accentua il senso plastico pur mantenendo la visione bidimensionale. L’identità è frantumata in quello che Vicentini definisce “dolce martirio della pittura”, sublime tormento che spinge lo sguardo oltre le apparenze fino a cogliere gli sbocchi imprevedibili del colore, il suo inesplicabile manifestarsi al di là di ogni progetto o intenzione programmatica. Il vero programma sta nella determinazione di affrontare gli impulsi del colore come getti rapidi sospinti da emanazioni di luce mutevole. La trepidazione interna della materia si oppone all’immobilità del fondo dando la sensazione di dissociarsi, sdoppiarsi, farsi estranea al tutto. Ogni flusso si trasforma in qualcos’altro, provoca uno slittamento, un movimento laterale che entra in contrasto con rigide fasce cromatiche pensate per misurare lo sguardo e fermarlo a mezza strada tra il pieno e il vuoto. Nel contesto di queste energie illimitate l’artista non esclude il momento della contemplazione come classica misura in cui lo stupore delle linee oscilla da un margine all’altro, seguendo i sensi controversi dello spazio.
L’atto di levare il colore dando peso al vuoto è vissuto in funzione di una ricerca dell’essenza, sinonimo di leggerezza, necessità di respirare nella libertà dei riferimenti spaziali di cui Vicentini ha bisogno per attivare i suoi pensieri fluidi di fronte al cristallizzarsi del presente.
La funzione spaziale del vuoto è sempre stata decisiva anche quando la superficie era colma di colore, nel passato premeva ai margini modellando i perimetri in relazione alle sue vibrazioni ostentate. Ora fa parte della pellicola dipinta, prende corpo in relazione alle cangianze delle forme che richiamano non solo l’aria ma anche l’acquatica consistenza di atmosfere che galleggiano nella fantasia del vuoto.
Infatti il vuoto si anima, penetra nelle forme che si propagano in uno scambio di energie che non dà tregua, dove il divenire del colore è un vento che non s’arresta ma prosegue all’infinito.
In realtà la relazione è duplice, il bianco si esalta all’interno delle forme e si protae al di fuori di essi spingendo i nuclei pittorici a superare i puri valori bidimensionali, al crocevia di allusioni prospettiche che accompagnano le fughe della superficie.
In questo viaggio oltre i confini stabiliti nulla è lasciato al caso, anche l’imprevedilità è frutto di un metodo, infatti i movimenti imprevisti del colore hanno le loro regole e Vicentini sa di non poterne fare a meno, anche quando sembra agire libero da ogni vincolo.
Gli scivolamenti del pigmento sono l’essenza del dipingere, ciò che conta è la verità intuitiva di ogni acrobazia spaziale, lo stato di sospensione tra valori di luce differente, dal chiarore lattiginoso all’oscurità enigmatica.
Nelle ultime opere il ritaglio del colore indica la preferenza per forme che sembrano in attesa di precipitare nel vuoto, e proprio per questo nessun equilibrio è dato per scontato. Accelerando e rallentando gli andamenti dello spazio si incontrano visioni inattese, lingue di rosso sottili e curvilinee, cangianze di luci e d’ombre screziate.
Sono elementi vaganti che inseguono le brame dell’altrove, con quella capacità di fantasticare intorno alle parvenze del visibile che è risorsa interiore di Vicentini, desiderio di giocare al massimo sulle ambivalenze evocative del colore puro, colore crudo, colore totale.