Fernanda Fedi

Dal 26 ottobre al 18 novembre 2006
Fernanda Fedi Gino Gini
Sacralità della scrittura
arte contemporanea, personale

 

vernissage: 26 ottobre 2006. ore 18
catalogo: con testo di Giorgio Zanchetti
orario: martedì a venerdì dalle 17 alle 19,30 o per appuntamento

Segni, scritture e didascalie dell’ineffabile

Quanto il tema della manifestazione sacrale della parola scritta possa essere distante dalla concretezza del sapere pratico che contrassegna la nostra epoca e quanto possa essere vasto, fino alla perdita di identità o allo sgomento, era ben chiaro ai due protagonisti di questa mostra fin dalla sua iniziale impostazione.
D’altra parte, credo di poter affermare che questo argomento, piuttosto che un traguardo postosi dagli artisti lungo la pista di un’operazione progettata, sia da vedere forse come un dato di fatto, come un carattere del lavoro già da tempo intrapreso e largamente sviluppato nel corso dell’ultimo ventennio.
È come se la riflessione (fatta insieme d’una aspirazione, ma anche di un tormento, di un dubbio) sul sacro si fosse imposta agli occhi “pensanti” di Fernanda Fedi e di Gino Gini quale la più estrema e la più esatta delle categorie di autoanalisi del proprio lavoro. Una sfida e un rischio, dunque, ma senza autocompiacimento né arroganza: un rischio calcolato e in qualche modo reso ineludibile dalla sostanza evocativa e poetica dell’opera.

Per la Fedi il segno-scrittura costituisce l’approdo di un diversificato percorso creativo che dall’interesse strutturale del suo iniziale astrattismo geometrico-modulare l’ha portata, tra la fine degli anni settanta e i primissimi ottanta ad una rielaborazione dei temi della superficie e dello spazio nella chiave di un concettualismo analitico. In questa progressione, Rossana Bossaglia coglieva con puntualità, in un testo critico del 1982, la matrice propriamente «strutturalista» (cioè di riflessione sulle strutture della forma espressiva), che poteva passare, proprio in questo giro d’anni, dal biancore rarefatto delle tavole della serie Spazio/Space (1979-82) al tutto pieno e alla «libera sensitività», visiva e psicologica, delle tachigrafie manuali accumulate sulla tela o sulla carta a partire dal 1983.
L’atteggiamento interpretativo e d’indagine delle possibilità evocative del gesto pittorico e del segno scritturale non è fondamentalmente mutato, ma, da una dinamica gestaltica e autoreferenziale, si è spostato indirizzandosi lungo una duplice via. Da un lato si va verso una dimensione soggettiva e psicologica: la scrittura stratificata assume un andamento di liberazione pulsionale e di flusso di coscienza, dove ogni grafema è una tragica incognita (Ecriture XX, Sacralità, caos e dramma della scrittura) non solo per i lettori, ma soprattutto per chi scrive.
Oppure, sul versante opposto, la Fedi propone espliciti riferimenti archeologici e antropologici, dove la genesi del formato (le tavolette, i trittici ad altarolo e le piccole steli della serie Lineare, allineate in mostra a costituire una vera e propria installazione) e del segno individuale dell’artista ripercorre, per allusioni, lo sviluppo storico del linguaggio scritto, a partire dalle possibili origini magiche o, almeno, mitico-rituali.

Gino Gini affronta da pittore colto il problema del combattimento tra la parola e l’immagine, così come altri protagonisti delle ricerche verbo-visuali italiane della neoavanguardia l’hanno affrontato a partire dalla roccaforte della ricerca poetico-letteraria. Inizialmente il confronto sembra incentrarsi su un’articolazione gerarchica tesa ad evidenziare problematicamente la diffusione (ma anche l’inevitabile banalizzazione) dei modelli della tradizione artistica rinascimentale: mentre l’indice, la cifra, il segno diagrammatico e, infine, la didascalia appaiono come i figuranti di una simulazione (quasi una pantomima) logico-semantica, che, più che chiarire, ribadisce l’enigma essenziale della figura. Le soluzioni formali e lo spirito ermeneutico di queste sue tavole d’enciclopedia, col loro convincente e tempestivo parallelismo rispetto agli esiti coevi della narrative-art internazionale, conducono immediatamente ad una approfondita presa di coscienza dell’autore-interprete, che si sente motivato a corrispondere all’interrogazione delle opere del passato con un più diretto e dichiarato coinvolgimento della propria personalità d’individuo. Da testimonianza culturale e sociale, l’immagine passa ad essere supporto e stimolo di una privata rimembranza, interagendo ora con un palinsesto di riferimenti testuali, che, proprio per la loro varietà di forme e di livelli, moltiplicano, invece di esaurirle, le possibilità di senso. Si trascorre così, sempre in una rapsodia di frammenti, dalla citazione alta al nonsenso, dall’acribia della puntualizzazione diaristica e dell’abbecedario, al prelievo di antiche pagine manoscritte per le loro squisite qualità visive: ma anche la rielaborazione letteraria (calata e impaginata a didascalia dell’ineffabile, dell’ombra, della nuvola e della piuma) riappare, a chi guarda, snaturata ed individualizzata, evocativo lacerto strappato alle pagine del libro della memoria.

Ogni carta e ogni tavola si qualificano dunque, in questa mostra, come elementi di uno sviluppo non lineare, ma coerente, come formelle di una narrazione a singhiozzo. E l’impressione è rafforzata, se mai servisse, dalla lunga dedizione dimostrata da tempo da entrambi gli artisti nei confronti della forma libro, nelle più diverse declinazioni del libro-opera e del libro-d’artista. Più che mai calzanti appaiono, in proposito, alcune parole spese da Carlo Sini a proposito del suo concetto (ispirato a una suggestiva figura della «semiosi infinita» di Peirce) di foglio-mondo e della possibile riconsacrazione («ma senza superstizione») di una nuova scrittura «deistituzionalizzata»: «Il foglio-mondo, in quanto scritto, esige una meditazione e una conoscenza. Esso non è una raffigurazione (sia simbolica sia convenzionale, che sono gli opposti del medesimo errore). Ciò che è scritto e tracciato esige di essere conosciuto. (…) È come un’architettura o una scultura, una selce lavorata. La sua forma è per esempio il chiostro, con i suoi capitelli figurativi, ricchi di senso, e con la melodia in essi inscritta (…). Oppure la sua forma è la cattedrale, o la facciata della chiesa. O infine il labirinto. (…) solo chi ha percorso e ripercorso le stazioni del chiostro, ne ha cantato in sé la melodia, ne ha letto le parole (…), è poi in grado di contemplare conoscitivamente la figura complessiva finale, intendendone in una sola occhiata i grafi. Egli ode la musica inscritta e riascolta le parole. Come guardando un quadro con i suoi significati allegorici, simbolici, narrativi, figurativi, letterari ecc.» (C. Sini, R. Fabbrichesi Leo, Variazioni sul foglio-mondo, 1993).

Giorgio Zanchetti