Claudio Nicolini

Da giovedi 16 a martedi 28 febbraio 2006
Claudio Nicolini
Passaggi d’ombra.
arte contemporanea, personale

vernissage: giovedì 16 febbraio, ore 18,00.
catalogo: presentazione di Luciano Caprile, testo di Dangelo.
orario: lunedì dalle ore 15,30 alle 19,30 – martedì/sabato, ore 10,30/13,00 – 15,30/19,30

PASSAGGI D’OMBRA

L’impronta di una persona, la sua memoria, quindi un moru che l’accoglie.
La filosofia pittorica del più recente Claudio Nicolini potrebbe racchiudersi in queste poche parole. ma non è, non può essere così semplice poichè esprimere la sua arte con una frase sintetica equivale a motificare il significato di una ricerca pluridecennale che investe la figura umana non come esplicita rappresentazione antropoligica ma come presenza che si lega alle cose, le assorbe o le attraversa o le sfiora senza subirne infine la contaminazione.
Al termine degli anni Ottanta, in pieno fervore graffista, Nicolini si trovava a New Yok dove riusciva a captare e a recuperare (in un clima ricco di sollecitazioni, di contraddizioni estetiche e d’incontri rivelatori) le pulsioni più intime, i riflessi umani di quelle pareti aggredite da segni di protesta e di ribellione. In quel periodo le sue grandi “tecniche miste con acidi” tendevano a far lievitare dal mamga materico le immagini di coloro che erano in qualche misura entrati in rapporto anche soltanto transitorio con simili ambienti. Il quadro, trasformato in un tessuto informale, diveniva quindi la sede privilegiata di transiti ectoplasmatici che coinvolgevano la sostanza pittorica e la costringevano a un lento, progresssivo procedimento di vibrazione timbrica in attesa di una successiva espulsione cromatica.
Tale processo metamorfico veniva vissuto emotivamente come un movimento ondivago di apparizione e sparizione nella materia e con la materia da cui l’immagine sembrava acquisire il necessario alimento.
In seguito queste entità declinate al femminile si sono compiutamente rivelate e hanno conquistato la ribalta alla stregua di sagome caratterizzate da una presenza ricorrente seppur private di una loro identità. Individuate esclusivamente da un contorno, da un’impronta, non promettevano altro di sè: non un’emozione, non un atteggiamento che rivelasse un particolare stato d’animo. Erano lì, collocate alla ribalta o tra le velature dei fondali. A formulare inquietanti interrogativi non era tanto l’immagine in sé quanto il silenzio che l’avvolgeva.
Questa loro collocazione in uno spazio privato del tempo e di una particolare connotazione narrativa promuoveva talora un’atmosfera metafisica, quale si poteva rinvenire nei manichini di memoria dechirichiana. Ma per de Chirico
esisteva uno spazio fisico o una struttura almeno mentale in cui inserire simili entità; a Nicolini invece premeva e preme ancora una spiccata enucleazione della figura e il suo netto contrasto con il resto, ovvero con un paesaggio che non esiste perché non le compete. E allora? Allora il discorso si fa più sottile, meno scontato, meno ovvio, a vanificare, a cancellare definitivamente la battuta d’avvio che intendeva esaurire la “pratica Nicolini” identificando la sua filosofia con una significativa impronta senza un evidente rapporto e significato col substrato che l’accoglie: un ideale ritaglio per un ideale collage, senza ulteriori pensieri e considerazioni.
Abbiamo volutamente ripreso tale concetto “limitante” del lavoro di Claudico Nicolini perché le prove più recenti, presentate nell’attuale circostanza, parrebbero non solo ripetere ma addirittura accentuare un simile atteggiamento provocatorio, almeno in senso strettamente compositivo.
Nicolini nel corso degli anni Novanta ha indagato queste forme senza volto fermandole e ritraendole nel loro ruolo di apparenza senza esistenza (che poi si rivela come un’impietosa disamina dei comportamenti del nostro tempo), talora esibendole in un dialogo più intimo col substrato che cede una qualche essenza al racconto fantasmatico.
La scena accoglie ora anche presenze maschili. Ne L’attesa un’oscura figura d’uomo avanza dal fondo verso due liquide sembianze muliebri che emergono in trasparenza da una ideale soglia. E’ un’ombra ambigua che fa sorgere un dubbio sulla sua condotta: quello potrebbe essere un moto di allontanamento e allora l’attesa assumerebbe il significato di una punizione. D’altronde le strutture di Nicolini non favoriscono certezze, letture immediate e facili: investono il nostro sguardo e interrogano la nostra sensibilità. Dobbiamo essere noi a decidere la soluzione dell’enigma seguendo il particolare stato d’animo del momento o seguendo un impulso percettivo che coniuga la variegata struttura su cui riposa l’evento alla ricercata indeterminatezza concettuale dei protagonisti. La stessa
considerazione vale per L’appuntamento. Invece In attesa di sognare sposta in un ambito aereo, favorito dal respiro fornito da un blu intenso che pare accogliere lattee gocce stellari, il momento magico di un contatto che forse intende esprimere l’accensione di una vita per questi ritagli stampigliati in serie ai margini del nulla. Inside invece offre il tranello di una porta-specchio riquadrata intorno al roseo pallore di una “a” che ospita due donne (o una soltanto e il suo riflesso?). Con Incontrarsi in silenzio e con Dietro le quinte si ripropone il gioco angosciante di un’assenza distillata da stazioni (o dall’immobilità di statue) in fuga prospettica nel primo caso, esibita dall’impalpabilità di un rapporto dialettico sulla monocroma liquidità di fondo nel secondo.
La proiezione delle ombre catturate in controluce si esalta con In the wings: l’immobilità dei due “manichini” viene attraversata e accentuata dalla corsa, quasi per successivi fotogrammi, di un personaggio maschile dal profilo ben delineato. Questa fuga viene stampata sulla granulosità di una parete che ricorda un muro. Sono ombre su ombre che non lasciano traccia, che scivolano sulla ruvidità della sostanza senza farsi attrarre, senza deporvi una pur minima memoria. Anche per Sognando vale la medesima considerazione.
L’incontro, il sogno, il silenzio sono i termini ricorrenti nei titoli suggeriti da Claudio Nicolini quasi a voler esorcizzare il vuoto che provocano attorno a sé, come se questi passaggi d’ombra volessero fermare la vita sul margine che la distingue e l’abbandona, come se il silenzio e il sogno fossero il tramite necessario per un incontro con quella parte di sé destinata allo smarrimento, quella parte di sé che i disperati artisti di New York avevano deciso di urlare sui muri della città più degradata o nel buio della metropolitana e che Nicolini ha scelto invece di distillare in una ricorrente, nostalgica, alienante testimonianza del suo e del nostro male di esistere.

Genova, gennaio 2006.
Luciano Caprile

NEL PAESAGGIO

E’ stato detto, poeticamente e per la verità, che i migliori ricordi si coniugano al femminile.
E’ stato scritto, avventatamente, che, dopo le vaporose fumigazioni in piazze desolate, la metafisica era tramontata. Nicolini si addentra, da anni e certamente a sua insaputa, come conviensi a ogni visionario di talento, nell’ombra data da manichini mossi dalla febbre del desiderio, spinti e sospinti da leggende vissute, attimi rivissuti in attesa e sospesi. Non reperti ma vivissimi, i suoi personaggi si dispongono in una danza muta solo velata dalla melanconia che ogni profilo di donna, a volte, svela. In tale ombra piccanti meraviglie disgelano occhi a mandorla orientali; la verticalità dei suoi angeli, moderni e moderne incantatori, si offre alla luna la cui luce immensamente li accarezza appena. Si dice spesso che la pittura è morta e chi lo dice sa contare solo fino a tre. La matematica di cielo del mio amico dichiara che sono mille le pitture dove alberga ancora la dolcezza, cammino aperto per gli immensi affetti. Nicolini ha una bussola assai insolita, la tiene nella mano bene stretta; indica solo oriente e sono esclusi tutti i punti cardinali del malessere. Gli specchi e le soglie di Borges riflettono e accettano le sue figure. Con Nicolini ecco un’altra metafisica; coniugare il verbo amore e trascriverlo in dipinti è il suo domani.

Milano, ottobre 2004.
Dangelo

Scritto dal Maestro e amico Dangelo in occasione della mostra di Claudio Nicolini al Chiostro di Voltorre – Gavirate – Varese.