Opere In Carta. Mariangela De Maria

Dal 17 al 30 Novembre 2017

“Opere In Carta” di Mariangela De Maria
Arte contemporanea, Personale

Inaugurazione: Venerdì 17 Novembre

Sede: Istituto Italiano di Cultura, Osaka, Giappone

Il 17 novembre 2017 a Osaka, in Giappone, l’ Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con la Galleria Scoglio di Quarto di Milano, inaugura la personale “Opere In Carta” di Mariangela De Maria.
La mostra, a cura di Gabriella Brembati, sarà visitabile fino al 30 novembre 2017.
E’ disponibile una brossura con testo di Gérard-Georges Lemaire.

Mariangela De Maria è nata a Milano, dove vive e lavora. Diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, abbina alla professione di pittrice l’insegnamento di materie artistiche, fino ai primi anni novanta e alla fine si dedica univocamente all’attività pittorica. Si è esibita in importanti rassegne fino dagli anni ‘60, ha tenuto varie personali e collettive in gallerie private, ha esposto con personali e rassegne tematiche e collettive in sedi pubbliche quali: Palazzo Reale, Milano; Premio S. Fedele, Milano; Museo Parisi Valle, Maccagno; Consolato Generale D’Italia, Casablanca; Istituto Italiano di Cultura, Bruxelles; Palazzo della Provincia di Milano; Palazzo Boglietti di Biella; Broletto di Pavia (con Mario Raciti), Biennale di Venezia di Torino (2015). Hanno scritto di lei autorevoli critici italiani e stranieri; tra gli altri: Flavio Arensi, Claudio Cerritelli, Rachele Ferrario, Carla Chiara Frigo, Giorgio Kaisserlian, Miklos Varga, Alberto Veca, Marco Goldin, Gérard-Georges Lemaire, Luca P. Nicoletti, Stefano Soddu ecc. Lavora abitualmente con la galleria Scoglio di Quarto di Milano. Ha anche pubblicato tre volumi di poesie.

L’arte astratta esiste nella nostra cultura da più di cento anni. Ha prodotto delle situazioni plastiche di ogni possibile genere, dalla più pura geometria sino all’irrazionale elevato al rango di valore estetico. Numerose correnti sono nate in Europa e successivamente negli Stati Uniti e la storia è proseguita fino alla nostra epoca con, ogni volta, esperienze nuove, a volte inattese e spesso gratificanti. Mariangela de Maria non ha seguito il senso delle idee platoniche, nè quello dei pittori e scultori convinti di dover lavorare in un’ottica formale ben definita come furono quelle di Piet Mondrian e di Theo van Doesburg. Ha seguito un percorso trasversale che l’ha avvicinata a quello che venne chiamato in Francia dopo l’ul- tima guerra l’astrazione lirica. Ma non è collocabile nell’altra categoria che può essere definita come “informale”. No, lei è rimasta fedele all’idea di un segno o di una pluralità di segni o alla suggestione di quelle scritture immaginarie che ha forgiato nel suo spirito. In un certo senso i segni (non saprei come definirli altrimenti) non sono, di regola, che delle accentuazioni della composizione. Si ha l’impressione che sorgano dello spazio pittorico più che venire applicati al termine dell’elaborazione plastica dell’opera. Nelle sue opere recenti l’artista sottolinea una tendenza alla mo- nocromia, ma incompleta. Troviamo un colore dominante ma anche delle sottili declinazioni tonali. Le sue tinte sono chiare ma di difficile qualificazione. Sono colori “impuri”, frutto di una meditazione sulla loro qualità cromatica. Ma l’artista non si è imposta delle regole stringenti. È senza dubbio il movimento interiore del suo spirito, guidato dalla sua gamma di colori e dalla sua mano che decide il destino del quadro. L’opera può avviarsi verso i valori più chiari o, all’inverso ver- so i più densi. I segni possono d’altronde essere sostituiti dai colori o da campiture più scure o interamente nascosti. Se un gruppo di opere possono delineare una sorta di ciclo, questo non dimostra un esaurimento delle sue potenzialità. È una disposizione di spirito che l’autore di queste opere prova in un momento dato (o durante un dato periodo) e che vuole sia tradotto in maniera tangibile. Nel corso di uno stesso anno l’artista può muoversi dal chiaro allo scuro, utilizzare dei rossi profondi, delle declinazioni di bruni, dei filamenti di nero. Una sola costante (ma a volte contraddetta): il senso della verticalità che dona alle sue composizioni un senso più vicino all’idea del sublime e del trascendentale, ma senza la minima enfasi, senza dare l’illusione di un trasporto idealista. L’ideale è l’importanza che l’artista intende offrire a queste idee.
Tuttavia l’artista non disdegna di ricreare una linea d’orizzonte anche se fittizia e senza alcuna relazione con lo spazio della percezione comune dell’occhio. L’artista vuole comunque realizzare una sensazione duplice: quella di una gran- de sensibilità emozionale, di una acutezza nella concezione dello spazio, di una certa fragilità delle sue digressioni cromatiche e formali, ma in aggiunta di una capacità di fondere tutte le fragilità in una unicità che sia irreprensibile ed in un equilibrio senza cedimenti. Ecco dove risiede la forza della sua riflessione sulla sua esperienza pittorica. Non ci sono segni di debolezza o di indecisione. Tutto è proteso, malgrado tutto ciò che abbiamo detto sui suoi aspetti così delicati e potremmo dire fragili come un bicchiere di cristallo. Quel cristallo che ci offre un suono inimitabile. Ciascuna delle sue opere ci offre una sonorità visiva ini- mitabile. Bisogna rendere omaggio alla sua assenza di retorica e alla sua volontà di racchiudersi in uno stile che la rende immediatamente identificabile. L’artista non va alla ricerca di “un’immagine” ma piuttosto di un’impronta che non appar- tiene che a lei e che la rende con ragione sempre riconoscibile anche nelle sue mutazioni, nei suoi voltafaccia, nelle sue deviazioni, nelle sue voglie di mutare direzione anche se non è mai stata un’artista allineata. La bellezza è ricerca. È in contemporanea una convenzione che deve essere infranta ed una invenzione da imporre. Non ha cadute di stile perché il nostro sguardo accetta le sue circumnavigazioni della sfera della pittura che ricerca la libertà, libertà di pensiero secondo i propri affetti ed i propri sogni e, contemporaneamente rigore estremo (anche se nascosto) nel cammino.

Gérard-Georges Lemaire