Maria Mesch …con tante storie

Dal 18 al 26 settembre 2002
Maria Mesch
… con tante storie
arte contemporanea, personale

vernissage: mercoledì 18 settembre alle ore 18,00
catalogo: testo di Stefano Soddu
orario: lunedì – sabato, ore 17 – 19.30, o per appuntamento

MARIA MESCH
di Stefano Soddu

Quale valore possiede un’opera d’arte? Una risposta poco probabile, indeterminata ma pur sempre possibile la offrirà Maria Mesch nel corso della mostra-performance che si terrà nello spazio Bazart di Milano alla fine del mese di settembre 2002.

Ciò che qui mi interessa è cercare di capire le motivazioni e le dinamiche intellettuali e istintive che hanno portato Mesch alla realizzazione delle sue apparentemente semplici opere.

La lettura delle documentazioni che Mesch mi ha fornito per aiutarmi a scrivere queste brevi annotazioni, potrebbe rappresentare una possibile chiave di accesso alla scoperta del suo mondo. Quello che subito appare è un mondo volutamente parallelo e sovrapponibile a quello delle favole. Ma vorrei analizzare questo livello di lettura attraverso un angolazione particolare: un breve lavoro illustrativo composto dall’artista e commentato con semplici frasi e disegni sul foglio che offre il perché della esistenza e formulazione del “l’arte non ha prezzo”.

“delle volte faccio disegni, o quadri, o sculture”
Ciò evidentemente è solo fantasia. Maria è una professionista, vive per l’arte e sull’arte. Lavora, nonostante la sua giovane età, costantemente nella ricerca e nella sfida costante della pagina bianca. In questo caso usa un linguaggio infantile che si rifà ai quaderni che portano l’indicazione: adatti ai 6/8 anni.
“liberamente”
La totale libertà non esiste, sempre condizionata dalla propria storia; esiste viceversa in Mesch la determinata e chiara volontà di essere artista; in tal senso la ricerca della propria libertà non solo espressiva, ma anche di vita, attraverso per l’appunto l’arte, potrebbe rappresentare lo scopo e il vero significato del suo operare.
“ma perché?”, “regaliamo i nostri sogni”
nessuno può regalare i propri sogni, se non appunto nelle favole. Ma la vita e soprattutto l’arte non è favola, è essenzialmente ricercata, interpretazione dell’attualità e della realtà visibile o invisibile.
“perché possono tenere compagnia a chi è seduto a tavola”, “oppure possono salutare chi esce di casa al mattino”
La semplicità delle situazioni, uscire di casa, stare seduto a tavola, riportano a una quotidianità ideale dove una serenità assoluta mai in vero è concessa, e le attività di tenere compagnia e salutare non possono riguardare cose, se pur arte, ma persone. L’opera d’arte non saluta e non tiene compagnia. Fa tutt’al più meditare, piangere, sorridere, emozionare, godere a chi ne è autore o fruitore.
“o magari raccontano una storia sulle scale del condominio”
Questo sarebbe un condominio ideale, da favola, dove poter esporre persino opere contemporanee. Nella realtà tali opere sarebbero oggetto di sicure liti alla successiva assemblea, sempre che non vengano deturpate o fatte scomparire preventivamente.
“e siccome non si possono comprare arcobaleni”,”puoi prendere il lavoro che ti dice qualcosa e lasciare nello scatolone ciò che vuoi”
Di fatto gli arcobaleni di Mesch possono essere comprati o meglio può essere comprato il tesoro che ne sta alla base: l’opera che ti piace.
“io non saprò mai chi ha messo che cosa e se tu sveli il prezzo, i quadro si trasforma in zucca”
così la realtà viene deformata ed è la zucca, in quanto materia, che si trasforma in opera d’arte, poiché l’opera d’arte, se tale è, non si trasformerà mai in zucca.
Ogni frase che pare andare in un senso, di fatto contiene un senso opposto. Contiene nuclei di favola e nel contempo fa intravedere una realtà ad essa contrapposta.
Nel ribaltamento continuo in tal modo operato sulla realtà c’è un senso?. O il senso va ricercato proprio nell’operazione del ribaltamento? O ancora. Il significato va proprio colto nel mondo delle favole o nella capacità delle stesse di rievocare nel reale quotidiano vecchie ombre, sensazioni, timori che risalgono all’infanzia? Io penso che sia proprio qui il significato nascosto dell’opera di Maria Mesch. Nel tentativo di esorcizzare le ombre, i colori, gli odori, le forme archetipi della propria e dell’altrui infanzia o della propria o dell’altrui vita attraverso il recupero degli stessi colori, ombre, odori contenuti in oggetti quotidiani che assumono così la forza di un moderno antifeticcio. ‘E un’operazione che Mesch effettua per se ma anche, su commissione per gli altri. Quale medium o sacerdotessa o moderna benefica fata, raccoglie un oggetto di rifiuto qualsiasi; recupera oggetti indossati, maglioni stoffe di vestiti, tovaglie, camice da notte russe, interiora di peluche dell’amato orsacchiotto compagno d’infanzia, un calcetto dalle mille sfide e ne fa arte; composizioni di base rigorose e con attente geometrie, sovrapposte spesso da sinuose figure. Il feticcio viene così snaturato e diviene qualcosa d’altro; la paura o la struggente tenerezza è decantata in razionale contemplazione. La fiaba con i suoi incanti e sogni della memoria o nostalgie viene in qualche modo snaturata assumendo la dimensione del reale attraverso l’oggetto d’arte, il quadro, la scultura. E non importa più che la gomma da imbottitura sia stata utilizzata per riempire l’orsacchiotto, oggi è un quadro da ammirare e il racconto contenuto verrà mano a mano scomparendo con il tempo e con la memoria di chi ne è stato protagonista, il solo che possa capirne l’effettiva origine e storia.

Nello studio di Mesch ci si aspetta di ritrovare una situazione di accumulo di oggetti nostalgici, una specie di soffitta di campagna con i suoi odori di legno vecchio, di polvere di stoffe, di muffa secca che stimoli ogni curiosità e dove potersi anche nascondere avvolti dal passato.
L’impressione che si ritrova è di tutt’altra natura: di laboratorio, se pure nel disordine necessario, quasi asettico. I colori sono chiari, l’ambiente spazioso, l’aria che profuma di aranciata e di caffè.
I quadri appesi alle pareti rappresentano vari periodi creatici.
I suoi personaggi arpiani sembrano fantasmi benefici che con le loro sommesse risa rallegrano l’ambiente. La sue sculture filiformi spezzano gli spazi quasi stelle filanti a capodanno. Ma nel contempo e gradualmente può subentrare, così come è capitato a me, una leggera, insolita e diversa sensazione. Come quando si entra in un luogo sacro. Dove la realtà dell’architettura, dei decori, della mensa/altare spesso rievocano altre cose e si trasformano con il loro carattere simbolico in altre sembianze. Nello stesso modo lo studio di Mesch si riempie di echi e riassume la veste di un laboratorio dove tutto sembra possibile. Dove ogni cosa può trasformarsi in altro, e altro in altro ancora, dalla fiaba alla realtà, dalla realtà alla fiaba in un continuo ininterrotto processo che, penso, non avrà mai fine in quanto insito, e lo si scorge nella continuità e nella coerenza del lavoro negli anni, nella natura dell’artista Maria Mesch.

Agosto 2002
Stefano Soddu