Lucio Perna

Dal 6 al 30 giugno 2006
Lucio Perna
Miraggi e identità
arte contemporanea, personale

vernissage: 6 giugno 2006. ore 18
catalogo: con testo di Mimma Pasqua
orario: martedì a venerdì dalle 17 alle 19,30 o per appuntamento

Geografia emozionale

Ho conosciuto dapprima Lucio Perna e ho scoperto il suo lavoro solo dopo e a piccoli passi. Oggi riesco ad avere una visione sufficientemente completa del suo percorso. Un percorso di ricerca coerente che analizza il movimento, gli spazi,,le luci, le ombre; immagini del calore che muove le cose, mutuato dall’osservazione dei grandi silenzi del deserto, dove le ombre delle dune vengono proiettate su altre dune, dove la notte, il buio dissolve ogni cosa tranne il “miraggio” nella mente dell’artista.

Così, in un processo lento di decantazione, il suo lavoro arriva all’essenza delle cose e procede oltre ogni vacuità dell’apparente, oltre la fisica staticità dell’osservabile. L’artista coglie e trasporta nei suoi lavori ciò che vive e si muove in uno spazio che non è paesaggio ma dimensione emozionale.

Le opere più recenti, oggi in mostra presso la Galleria Scoglio di Quarto di Milano, sono il derivato ultimo, per il momento, di un viaggio artistico che parte da lontano.

Non ancora adolescente Lucio Perna raccoglieva pezzi di mattonelle di ceramica nei cantieri edili per dipingervi sopra, e poi il suo primo “studio” a casa dei genitori , e poi ancora i monolocali in affitto e per ultimo il suo bel laboratorio, ordinatissimo, e da me visitato, accanto al Parco delle Basiliche di Milano.

I titoli delle sue opere:miraggio (rosso o bianco o grigio…), deserto (1 o 2 o 3…).si perpetuano negli anni. Gli anni hanno invece consentito a Perna di raggiungere, attraverso un progressivo affinamento del linguaggio, l’attuale approdo ad una sua personale forma di “astrattismo geometrico”, dove essenziali volumi prendono il posto della pittura e degli agglomerati di carte, dove i colori puri hanno sostituito colori più variegati, dove i movimenti spezzati e definiti dei volumi e delle loro ombre hanno preso il sopravento su quelli, alle volte, ondulatori e materici, dove il ritmo della contemporaneità assume tonalità nette e inequivoche.

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” scriveva Voltaire, precursore inconscio della”geografia emozionale”, nuova corrente filosofico/artistica, teorizzata dalla giovane docente di Harvard, Giuliana Bruno, alla quale Lucio Perna aderisce.
Il messaggio nel lavoro di quest’artista diventa perentorio, la memoria e l’emozione non si fermano alla dimensione temporale ma si concretizzano nello spazio in un continuo dialogo emozionale con la “geografia”.

Oggi vi è in Perna una maturità consapevole, un pensiero forte conquistato e raggiunto con gli anni attraverso una linea di lavoro che non ha mai perso coerenza. La sincerità di un cammino sulla nostra Terra diventa con lui, e con la sua opera, geografia dell’anima.

Stefano Soddu

LUCIO PERNA O DELLA GEOGRAFIA DELLE EMOZIONI

Nel rapporto fra un critico e l’artista le emozioni seguono piste e itinerari lungo le quali il vissuto di entrambi viaggia e si mescola per portare infine alla luce tracce visibili in cui ognuno scopre qualcosa di sé.
L’opera di Lucio Perna che si esprime, dagli anni ’90 in poi, nelle carte, sfrangiate e sovrapposte in un ordinato caos sedimentario, è un percorso alla ricerca del sé attraverso il movimento.
Il moto dell’andare gli appartiene e lo sguardo che indaga scopre, al di là della visione oggettiva, le sue mappe. “Perché usi la carta?” – gli ho chiesto un giorno in cui sono andata a trovarlo in studio- “Perché mi consente di entrare in contatto con la realtà”- era stata la risposta. La conoscenza avviene, quindi, attraverso il tatto e investe il corpo – tutto -. E’ una sinestesia avvolgente e coinvolgente, una sorta di travaso – osmosi che si stabilisce tra il sé e il mondo e la memoria è sacerdote officiante.
Il deserto è stato la meta di numerosi viaggi dell’artista. Parlo di silenzio e lui mi racconta di fruscii, di soffi quasi impercettibili che l’orecchio, abituato all’assenza apparente di suoni, percepisce con stupore. E’ lo stupore che sente la vita sotto l’epidermide calda e granulosa della sabbia fine, che ti scivola tra le dita lasciandoti l’impressione dell’estremamente leggero e imprendibile.
Le dune del deserto affascinanti come un corpo femminile sinuoso da percorrere lungo la linea dei seni, più giù fino al monte di Venere. Ancora una volta il tatto come fonte di conoscenza primaria.
Quella di Lucio Perna è una geografia delle emozioni, che lo porta a definire mappe, in cui l’accadimento esterno è stimolo alla scoperta e al riconoscimento di qualcosa che gli appartiene, e che si inserisce in quella corrente di pensiero facente capo a Giuliana Bruno, filosofa napoletana docente ad Harvard, e al suo Atlante delle Emozioni pubblicato nel 2002.
Questo andare per luoghi è anche il tentativo di scoprire il vero volto delle cose, al di là della maschera che lo nasconde. E’ la realtà illusoria, bene espressa attraverso la serie delle ” Maschere”, con cui l’artista inizia la sua ricerca. Realtà ingabbiata e imbrigliata dalla fitta rete dell’apparire che si mostra per svelamenti e lampi di luce improvvisa; bene semplificata anche questa dalle ”Reti”, che fanno seguito a metà degli anni ’80 al ciclo delle ”Maschere “.
L’Africa, l’Oriente, è il mondo verso cui l’artista volge lo sguardo. Penso alle sue origini calabresi e a quanto di oriente è rimasto nella memoria di colori, odori, parole. Alle atmosfere di civiltà che si attraversano permeandosi e contaminandosi senza alterare la loro riconoscibilità.
Il viaggio che l’artista compie è quello di Ulisse che lo riporta a casa, carico dell’esperienza, vecchio di uno sguardo sapiente e nuovo, perché nuovo è ora il modo in cui percepisce, vivendola, la realtà.
La mappa include la definizione spaziale delle emozioni, poiché è attraverso lo spazio che queste si dipanano, concretandosi in luoghi, persone e cose che in esso imprescindibilmente vivono. Ed è a questo punto che nel percorso artistico di Lucio Perna la matrice delle emozioni è soggetta ad una rielaborazione razionale che la riordina spazialmente, creando relazioni e rapporti di geometrica valenza, dando luogo ad architetture di pure forme-colori.
E’ allora che alle fasciature del reale, pieghe che fasciano la tela, e alle increspature cartacee, che mantengono volutamente margini di imperfezione della realtà, si sostituisce la loro trasposizione in un ordine spaziale che le trasforma, mantenendone in vita il ricordo e l’atmosfera, seppur depurata e resa essenziale.
D’altronde già le fratture, le spaccature, le sedimentazioni della carta, simbolo della storia incessante che si fa per stratificazioni, trovavano momenti di linearità e semplificazione, preludenti ad una successiva fase in cui il controllo progettuale, sempre presente, pur in apparente casualità di forme, trova modo di esprimersi in campiture di colore netto e definenti aree di geometrica purezza.
Il gioco fra rapporti e proporzioni crea un ritmo interno all’opera percepibile come armonia fra le parti, mentre l’introduzione di una striscia a superficie curva introflessa, e sempre in posizione laterale, conferisce dinamismo e leggerezza alla composizione. Le superfici colorate, sempre di natura cartacea, spesso si sovrappongono, creando effetti tridimensionali, quasi che la precedente matericità della carta chiedesse di farsi corpo e volume per uscire dai limiti ed affrontare lo spazio.
L’effetto delle superfici sovrapponentisi è, d’altro canto, una reminiscenza del doppio, dell’apparenza che cela la verità, comparsa all’inizio del percorso dell’artista.
E il colore, spesso usato in precedenza in toni leggeri a simulare quasi immaginari tramonti/paesaggi, riacquista un posto di primaria importanza, insieme al nero, squillante e modulato in semitoni, ideale contrappunto.
E’ il colore della memoria, legata a luoghi visitati, vissuti, ed interiorizzati, lungo le tappe di un viaggio che non accenna a finire, che non conosce traguardo, poiché nell’andare è il senso ed ogni ritorno è una partenza.
E’ la storia dell’eterno viandante che non necessariamente comporta sempre grandi spostamenti fisici, ma connota lo sguardo, mobile, curioso e indagatore.
In questo vagabondare in cui la sosta, le deviazioni e i cambiamenti sono un modo di abbandonarsi al fluire lieve del tempo, si vive immersi in una sorta di sospensione e in una fluida concatenazione di ricordi ed emozioni.
Il viaggio in Birmania, l’ultimo. E il segno dell’oro, dell’azzurro cobalto e di quel rosso-mattone, così vicino alla terra che ingloba le case e le confonde.
Colori fissati sulla tela al ritorno. E un vagare della mente, che ti e-moziona, ti muove da dentro verso il mondo, gli altri, la vita.

Mimma Pasqua – 24/04/2006