IN DUE. Mauro Cappelletti (pittura) e Massimo Motta (fotografia)

Dal 2 Aprile al 4 Maggio 2014
IN DUE. Mauro Cappelletti (pittura) e Massimo Motta (fotografia)
arte contemporanea, doppia personale

vernissage: mercoledì 2 aprile 2014, dalle ore 18,00
orario: da martedì a venerdì per appuntamento, sabato 17,00 – 19,00.
Ingresso libero
cataloghi: brochure in mostra

Mercoledì 2 aprile 2014 la galleria di arte contemporanea Scoglio di Quarto, via Ascanio Sforza 3, Milano, inaugura dalle ore 18.00 la mostra In due, bi personale di Mauro Cappelletti (pittura) e Massimo Motta (fotografia).

LA PITTURA DI MAURO CAPPELLETTI: UNA MATURITA’ DELLO SPAZIO
La luce e l’ombra, con le loro variazioni e relazioni sono protagoniste assolute della produzione recente di Mauro Cappelletti. La superficie pittorica appare come profondità, sulla quale affacciarsi e indugiare tra riflessi e trasparenze, movenze e pieghe. Una sorta di abisso da scandagliare che rimanda all’altro fondo, quello della pittura stessa, che gli esiti monocromatici dell’artista paiono raggiungere. Il campo visivo diventa luogo della percezione, dove il pigmento, che cambia d’intensità in rapporto alla superficie, attiva sensazioni ed emozioni che si sporgono su un altrove discostato dal realismo dell’immagine e dal pragmatismo del pensiero, che qui si fanno rarefatti e acuti. Quella dell’artista è una ricerca filosofico-scientifica che si traduce in una vasta produzione basata sull’essenza e sulla vitalità del colore e della luce, condotta fi no al punto in cui il contrario di questi elementi emerge per farli vivere. Il colore si trasforma in epifania e vive tra oscillazioni e tensioni, apparenza e memoria, necessità di percorrere la superficie per rivelarne densità e aporie. Un pittura piena e matura, fatta di vibrazioni, echi e ritmi che debordano dall’opera e richiamano una breve e intensa poesia di Reiner Maria Rilke, Gong: “Risonanza, non più l’udito / misurabile. Come fosse il suono / che tutt’intorno ci trascende, / una maturità dello spazio.”
Stralcio critico dalla presentazione di Francesca Piersanti in occasione della mostra personale presso la Sala espositiva del Comune di Vadena (Bz) – ottobre 2013.

NOTA INTRODUTTIVA ALLA FOTOGRAFIA DI MASSIMO MOTTA
Da due anni a questa parte, la ricerca di Motta insiste nel rapporto pittura-fotografia, pur rimanendo la seconda l’obiettivo principe e l’interesse finale. Il ricorso ai pigmenti non dipende, certo, dal fatto che l’autore consideri la sua disciplina manchevole di qualcosa. Basterà rifarsi ai lavori tra il 2010 e il 2012, che sono assolutamente fotografici. La serie “Ombre”, ad esempio, dove, a dispetto del gioco primario dei grigi, l’interferenza di sciabolate cromatiche è ben forte. Lo si noterà ancora di più negli scatti alla metropolitana, dove spesso il risucchio futurista dei passeggeri sulla scala mobile -resi quasi “liquidi”- è contrappuntato da un’accesa tavolozza di impostazione ambientale che tuttavia non prende mai accenti primitiveggianti, ma rispetta il respiro classico dell’opera. Dunque, la ragione di questa gara tra le due discipline non dicotomica. Essa riposa tutta nel cammino storico di esse. Dopo le baruffe iniziali, particolarmente a partire dal primo impressionismo, abitualmente gli artisti d’avanguardia si sono tuffati in una ricerca verticale o sull’una o sull’altra. Lungo le neoavanguardie, particolarmente con Fluxus e simili, il tocco esistenzialistico e l’allure dadaisticamente “demoniaca” hanno avviato la piena anarchia, anche schizofrenica, nell’uso accumulativo di materiali svariati. Poi, tra i settanta e gli ottanta, si fa strada un piccolo “rappel-à-l’ordre”, seguito dal principio, ora strutturato, della piena libertà espressiva, con riferimento sia alla poetica che ai materiali. Un principio sinergico e consanguineo alla fine del senso dell’avanguardia.
Ora, verso queste vicende diacroniche non mostra alcun interesse Motta, a dispetto del fatto che si sia calato a più riprese e a vario modo nelle punte della ricerca fotografica storica, con particolare attenzione a Coburn, Man Ray, Muybridge. La chiamata in causa della pittura nella processualità della sua fotografica ha un preciso anno zero. Quasi novello Munari che, nella seconda metà degli anni ’70, realizzava, a Milano, alla galleria Apollinaire, una mostra basata su olio puro su lino puro, Motta, agli inizi del 2013, mette a fuoco alcuni lavori in cui una sagoma a tratteggio è come corteggiata da macchie di colore puro vaganti liberamente ma in modo ordinato. Un accostamento teso e vibrante, fra tratto del disegno (ricavato dalla foto) e seducente andamento di un puro colore-forma. Parte da quest’esperienza, o da quest’esperimento, Si avvia un duo, che diventa presto coro e pattern. Specie quando si arriva alla serie “Fusion”. Infatti, in essa Motta spinge alla piena ambiguità il rapporto tra i due mezzi espressivi: non solo sul piano della percezione di essi, ma soprattutto a livello del loro esito poetico. Non fai fatica a renderti conto che a dominare la scena è la fotografia, non solo come esito finale, ma come obiettivo costante in ogni fase della sua processualità. Inoltre, una perlustrazione opportuna ci dice che l’esito finale è fotografico non nel senso che l’obiettivo si posa “oggettivamente” sulle vicende di abbarbicamento tra fotografia e pittura, bensì nel senso che anche in questa fase finale la fotografia rivela pienamente il proprio valore connotante.

Carmelo Strano