Georg Zuter e Francesco Cucci

Dal 16 gennaio al 5 febbraio 2008
Georg Zuter e Francesco Cucci
Incontro di forma / colore – Segnali di avvistamento
arte contemporanea, personale, installazione

vernissage: mercoledì 16 gennaio 2008 ore 18.00
catalogo: testo di Alberto Veca
orario: martedì a venerdì dalle 17 alle 19,30 o per appuntamento

GEORG ZUTER – Incontro di forma / colore
La via all’espressione plastica in discussione non e certo quella aneddotica o di racconto di cui si vuole illuminare un episodio saliente, con personaggi stereotipati, quanto, eventualmente, un “incontro”, quindi con protagonisti dalla fisionomia definita ma resa provvisoria dall’adiacenza come dalla sovrapposizione delle forme: il singolo quadro, allora, si propone come “stazione” perentoria dell’immagine fissata sulla tela, in una evoluzione, pero, che si può immaginare continua, diversamente cangiante.
Nel fare immagine Georg Zuter adotta, evidentemente, la capacita del rappresentare il proprio vissuto nelle figure della geometria elementare, mutuate dall’esperienza delle Avanguardie storiche dei primi decenni del secolo scorso, come in campi cromatici altrettanto scelti nella grammatica del colore definita dalle esperienze e le ricerche che hanno dato vita a un diverse modo di intendere la tavolozza del pittore, non legata necessariamente alla mimesi nei confronti della realtà ma eventualmente scelta perche capace di trasporre in un linguaggio autonomo, in citazioni fra opacità e trasparenza, che sono della esperienza quotidiana ma tradotti nella semplificazione del contrasto elementare, abilitata a assimilare nell’esempio proposto la complessità del reale di cui si vuole dare ragione.
Indipendentemente dalle soluzioni che nel corso degli anni si sono succedute nell’operare dell’artista, mi sembra sia fondamentale la centralità del disegno, una sorta di definizione del campo senza allusioni naturalistiche, peraltro legittime anche in una ricerca linguisticamente astratta, ma con una attenzione agli aspetti che una “visione” non ingenua può indagare, nella scia di una via “concreta” all’arte plastica dalle radici indubbiamente nobili, soprattutto nella cultura di lingua tedesca.
La superficie, in esordio, non ha punti di riferimento da cui partire: come se ogni opera dovesse in ogni esordio conoscere una tabula rasa, poi evidentemente contraddetta nel fare, che mescola esperienza e desiderio di scoprire altro rispetto a quanto già indagato. Osservare in successione le opere di Zuter nella privilegiata condizione del repertorio fotografico provoca come prima reazione quella di cercare un legame, un apparentamento che unisca, con qualunque successione possibile, I’esito precedente a quello successivo. Questo images/m_sco004mini.jpg, per vizio narrativo, si e sempre alla ricerca di un nesso fra I’episodio precedente e il successivo: in realtà mi sembra che a ogni ricognizione del campo I’attore principale sia una sprovveduta comparsa sulla scena vuota: e questo non images/m_sco004mini.jpg vi sia ingenuità nell’affrontare il confronto ma images/m_sco004mini.jpg I’approccio si presenta costantemente senza reminiscenze alle spalle: un dialogo “in diretta” con tutti gli effetti connessi che I’occasione determina.
Del lavoro si possono segnalare due circostanze, cronologicamente distinte, I’una legata alla perentorietà della traccia/colore che, nella perentorietà dei suoi confini e nella definizione della campitura cromatica, si offre come segnale determinatore di un campo vuoto: in questa circostanza Zuter privilegia la diagonale, come segnalazione di una fase “transitoria” dell’immagine: I’incontro fra due orientamenti suggerisce a un tempo la relazione dialettica fra elementi figuralmente identici o appartenenti al medesimo linguaggio figurativo: I’esito difforme del differente campo cromatico genera un dinamismo, un suggerimento alla metamorfosi che diventerà successivamente territorio di indagine.
All’incontro di figure equivalenti o appartenenti alla medesima logica costruttiva sono dedicati studi succintamente documentati in questa occasione: proprio per questo motivo il dialogo e I’interazione diventano un terreno facile per cogliere una ulteriore immagine, appunto risultante dall’incontro e dall’incrocio.
Poi, con gli anni, la regola si rompe: dalla perentorietà dell’antitesi si passa all’inchiesta sulla natura della figura, sul suo ruolo rispetto alle altre figure occorrenti. Più precisamente si entra nel merito del singolo accadimento che un campo diversamente scomposto può produrre, arricchendo il repertorio delle figure con la presenza di una “dominante” e di “corollari” diversamente dialoganti. E siamo alla seconda stagione che passa attraverso una fase intermedia in cui, alla sostituzione del colore a olio con quello acrilico, I’artista indaga, a partire da una disciplinata impostazione a fasce orizzontali del campo, “pesi” e consistenze delle figure/colore. Per poi scomporre la regolarità dell’impaginazione del campo con la scoperta della linea curva, prima contorno e successivamente carattere determinante della nuova immagine.
Risulta significative del passaggio un dipinto del 2000, in cui I’artista associa colori a olio, acrilici e grafite in cui compare tanto la regolarità della figura ortogonale quanto quella curva, sia pure distinte per ampiezza e ruolo: successivamente si giunge all’immagine risultante dalla fusione delle parti. In questo frangente si possono identificare una predilezione per una zona cromatica principale, una sorta di “protagonista” della scena diversamente inquisita, messa in discussione da altre ridotte porzioni di campo, spesso figuralmente affini ma cromaticamente diverse.

Milano, dicembre ’07
Alberto Veca

FRANCESCO CUCCI – Segnali di avvistamento
Negli anni la mia frequentazione con Francesco Cucci e stata ridotta ma vi sono alcuni punti nodali condivisi nella riflessione sul senso della progettualità e sul ruolo di una ricerca plastica che legittimano questo intervento.
Negli ambienti della galleria “Scoglio di Quarto” Cucci interviene con una installazione aerea, una traccia, un invito a percorrere i locali e contemporaneamente a riflettere sulla natura del “segnale”.
Uno sguardo al soffitto e azione poco abituale, eventualmente adottato nell’approccio con il disegno dell’architettura o quando si entra in una sala affrescata dove, di norma, i fregi delle pareti conducono I’esplorazione della stanza alla cornice e all’affresco al centro.
Ma, nei casi citati, siamo davanti a reperti stabili, che fanno parte dell’edificio, dove invece la costruzione di Cucci denuncia, per i materiali adottati, la sua provvisorietà come una possibile variabilità. E situazione sempre interessante, segnale di una concezione del progetto non fine a se stesso, quando un artista si paragona in modo nevralgico con lo spazio che deve contenere il proprio intervento perche più che un vero e proprio luogo ospitante, I’ambiente diventa I’interlocutore privilegiato del linguaggio adottato.
Questo credo sia il suggerimento più importante di un modo di interpretare I’intervento artistico come, appunto, “ambientale”, una circostanza espressiva fatta proprio dalle Avanguardie della seconda meta del secolo scorso, alla ricerca non di “gigantismo” basato sulla variazione di scala, ma di un dialogo fra luogo e fisionomia dell’opera dai contorni, di volta in volta, diversi. La permanenza di questo atteggiamento mi sembra sia una fortunata “durata” del problema, non confinabile in una moda effimera. La riflessione nasce scorrendo, evidentemente in fotografia, alcune recenti installazioni dell’artista capaci, tanto collocate all’esterno quanto nell’ambiente interno, di offrire una singolare “interpretazione” delle coordinate spaziali, quindi del luogo in cui si agisce quotidianamente, con i bisogni che I’architettura dovrebbe necessariamente soddisfare. In questo Cucci opera costantemente con lo strumento di misura di un modulo, una “discrezione” – ecco I’affermarsi di un principio conoscitivo di radice razionale – con cui lo spazio indeterminato diventa misurabile, percettivamente fatto proprio dall’osservatore, consapevole e attivo partecipante della scena. E, se vogliamo, il principio elementare della “decorazione”, quando essa può scandire in parti finite uno spazio indecifrabile, altrimenti spaesante, funzionale e non puro e semplice abbellimento.
Ecco allora la scelta di segmenti di legno come singolare unita di misura, o meglio la sua variabile connessione con altri elementi attraverso nodi che ne permettono la connessione con orientamenti che evidenziano la valenza costruttiva, come scenografica dell’intervento. Per la leggerezza anche percettiva dell’intervento, anche per una scelta costruttiva che permette la variabilità dell’ingombro complessivo, I’adattarsi del lavoro al luogo che solo apparentemente e II contenitore perche in realtà e il responsabile della soluzione adottata, 11 progetto può essere immaginato all’infinito, concluso solo per i limiti oggettivi dell’ambiente.
Si vuol dire che I’intervento si adatta, per I’estrema flessibilità del modo con cui e realizzato, agli spazi più disparati: una sorta di lettura, magari anche insolita, capace di leggere distanze e ingombri altrimenti indifferentemente accettati.
Ma il compito di fare un segnale espressivo penso sia proprio quello di appropriarsi o riappropriarsi di un luogo per esistere: la riflessione nasce da un dialogo con I’artista che sottolineava, nel suo lavoro, la presenza antitetica di una memoria dei gesti elementari per costruirsi un habitat e una proiezione al future, nell’accorgimento e nell’uso di strumenti e materiali progettuali dell’oggi. Mi sembra opportune far propria la riflessione, come indicazione per leggere all’interno del fare le sue motivazioni profonde.
Nelle sue installazioni, che costituiscono un’attività parallela rispetto alla realizzazione di artefatti di ingombro, materiali e ruolo diversi, Cucci elegge a materiale principale il segmento di legno: questa e I’ossatura necessaria e ricorrente, a cui si possono aggiungere, variabilmente, altre “figure/materiali” come la luce del neon o la semitrasparenza della lastra di plastica, o una superficie neutra cromaticamente campita.
Ma nell’occasione I’attenzione e puntata, significativamente, sul “di-segno” architettonico e sulla sua fisionomia cangiante.

Milano, dicembre ’07
Alberto Veca