Enrico Cattaneo. Ritratti di Studio

Dal 16 al 23 Dicembre 2010
Enrico Cattaneo. Ritratti di Studio
arte contemporanea, personale

vernissage: giovedì 16 dicembre 2010, ore 18.00
orario: da martedì a venerdì: dalle ore 17.00 alle 19.30 o per appuntamento

Giovedì 16 dicembre 2010 la galleria Scoglio di Quarto di Milano – via Ascanio Sforza 3- , inaugura dalle ore 18.00 la mostra personale di Enrico Cattaneo – Ritratti di Studio – con le fotografie degli atelier degli artisti, dei quali sarà esposta anche un’opera:

Alvaro – Mario Benedetti – Beppe Bonetti – Angelo Cagnone – Alberto Casiraghy – Marilù Cattaneo – Pietro Coletta – Mariangela De Maria – Lucio Del Pezzo – Enrico Della Torre – Fernanda Fedi – Gino Gini – Alberto Ghinzani – Ho Kan – Franco Mazzucchelli – Giorgio Moiso – Lucio Perna – Pino Pinelli – Sonja Quarone – Mario Raciti – Paolo Schiavocampo – Turi Simeti – Roberto Vecchione – topylabrys – Valentino Vago – Grazia Varisco – Walter Valentini.

Con l’occasione verrà presentato, in memoria di Alberto Veca, il libro “Ritratti di Studio 2” con le fotografie di Enrico Cattaneo e gli scritti di Stefano Soddu. Il libro, curato da Artantide di Verona in collaborazione con la Galleria Scoglio di Quarto, contiene la prefazione di Paolo Bolpagni e il testo critico di Roberto Mutti.

I VINI SONO OFFERTI DA 3 CANTINE – Cartosio (Acqui Terme)

L’ARTE SENZA RETORICA: Enrico Cattaneo e Stefano Soddu
Di Roberto Mutti

Solo una retorica dura a morire ci fa immaginare gli studi degli artisti come luoghi dotati di un’inquietante magia perché li si suppone impregnati di quella creatività che appartiene a chi proprio lì pensa, compone, dipinge, scolpisce, insomma lavora per dare vita a opere che poi incanteranno, o magari solo stupiranno, galleristi, critici e pubblico, insomma di quanti fanno parte del mondo variegato dell’arte. Le cose non stanno esattamente in questo modo ma per saperlo bisogna saper varcare le soglie, aprire le porte e aver infine accesso a quei luoghi molto privati dove pochi possono entrare. Nella storia lo hanno fatto con una certa continuità gli scrittori e i fotografi, gli uni usando la parola per creare atmosfere e colpire l’immaginazione dei lettori come ha fatto con discrezione e senza retorica Stefano Soddu nei testi di questo libro, i secondi per ricondurci invece alla realtà concreta con immagini che sono rimaste nella nostra memoria. Senza nessuna pretesa di proporre un ben più ampio panorama esaustivo, basterebbe qui ricordare il colpo d’occhio usato da Henri Cartier Bresson per riprendere un Henri Matisse già anziano circondato da gabbie di colombe che usava come modelli per i suoi disegni, l’ingegnoso meccanismo messo in atto da Philippe Halsman per mettersi in sintonia con Salvador Dalì che fotografa mentre salta assieme a un cavalletto, una sedia, tre gatti e una secchiata d’acqua, la straordinaria e solo apparente semplicità impiegata da Ugo Mulas per documentare il lavoro di allora sconosciuti artisti americani come Andy Warhol e Jaspers Johns. Talvolta i fotografi sono entrati in sintonia diretta con gli artisti come è successo a Dora Maar con Pablo Picasso che fotografò durante tutta la realizzazione di “Guernica”, in altri casi hanno evocato le atmosfere degli ambienti senza riprenderne il proprietario come hanno fatto Luigi Ghirri e Gianni Berengo Gardin nello studio vuoto di Giorgio Morandi.
Disinvolti, diretti, essenziali, Enrico Cattaneo e Stefano Soddu, ripercorrono in sintonia questa strada senza timori reverenziali nei confronti del passato ma ricorrendo solo alla loro grande perizia di autori che con il mondo dell’arte hanno un’antica consuetudine. Avendoli spesso frequentati, Cattaneo e Soddu, egli stesso scultore, sanno bene che gli studi non sono necessariamente quei luoghi stereotipati che troppo spesso ci immaginiamo perché non bisogna stare per forza fra colori e pennelli, respirare l’odore acre della trementina e quello polveroso della creta, muoversi in quel disordine stratificato che fa tanto effetto.
Per quasi due anni Cattaneo e Soddu hanno lavorato su questo progetto.
In particolare Cattaneo nell’ultimo anno ha messo da parte i suoi progetti creativi – perché è lui stesso un artista capace di dar vita a immagini di grande e intensa suggestione – per realizzare la ricerca che qui viene presentata. La prima cosa che colpisce è la grande capacità di sintesi perché il fotografo, pur avendo molto scattato, ha poi scelto solo tre fotografie per ogni soggetto accostando il ritratto alla ricerca di quei dettagli che caratterizzano e distinguono le personalità degli artisti. Il risultato è di netto sapore cinematografico e si ha la sensazione di seguire un lungo piano sequenza: quello reale legato ai singoli soggetti e quello metaforico che lega i tanti artisti in un’unica, ideale carrellata. Molte sono state le difficoltà incontrate da Enrico Cattaneo che, secondo il suo caratteristico stile molto vicino all’estetica del reportage, ha dovuto scattare spesso in condizioni di luce scarsa o in luoghi piuttosto ristretti sopperendo a questi limiti con il sapiente ricorso a riprese con l’obiettivo grandangolare. Abituato da sempre a stampare lui stesso le sue fotografie, è orgoglioso di certi esiti (“in alcune immagini si trattava di compensare condizioni così diverse che fra le zone più illuminate e quelle più scure c’erano dieci diaframmi di differenza” afferma con malcelato orgoglio) ma soprattutto ci consegna immagini riconoscibili e personalissime dai confini che sfumano sul bordino bianco da sempre utilizzato per scrivere, ben visibili, le didascalie. Se parla del suo lavoro, Cattaneo sa essere distaccato e ironico come quando afferma di poter contare su un grande vantaggio perché “conoscendo gli artisti magari da trenta o quarant’anni, quando arrivo da loro posso essere io a comandare le operazioni” e trascura volutamente di dire che è proprio questa conoscenza ad essere alla base della sua poetica. Non a caso rifugge “dalla retorica dello scultore che usa il martello e del pittore con il pennello in mano perché nella realtà nessuno si metterebbe a creare davvero davanti a un fotografo perché ci vuole silenzio, concentrazione e nessuno che ti rompa le scatole”. Infatti, sfogliando questo libro tutti si troveranno nella piacevole sensazione di seguire un percorso privo di forzature, di esasperazioni, di ammiccamenti e invece vivo come un raccolto della vita con mille piccoli segni di complicità. Sorprende la capacità del fotografo milanese di evitare qualsiasi modulo ripetitivo proponendo quindi in ogni occasione uno sguardo diverso: per apprezzare davvero queste fotografie occorrerebbe essere un lettore colto che ha una vera conoscenza delle opere dei personaggi ritratti, invece noi proveremo a metterci nei panni di un osservatore più ingenuo che si fa guidare dalle emozioni e dal colpo d’occhio. Sarà costui a scoprire la collezione di libri d’artista che riempie le librerie di uno studio, il biliardo che troneggia in un altro, la terrazza piena di verde le cui dimensioni sono raddoppiate da un grande specchio che completa un altro ancora. Talvolta il fotografo ha dovuto cercare soluzioni insolite per riprendere la levità appena percettibile della pittura di Valentino Vago, per alludere alla grande passione e competenza jazzistica di Giorgio Moiso, per muoversi fra mobili di cucina e macchine di stampa tradizionalmente dotate di caratteri mobili in piombo che Alberto Casiraghy utilizza per produrre i suoi preziosi volumetti.
Si può avere la sensazione di trovarsi fra amici di fronte ai divani di Grazia Varisco e alle poltrone di Marilù Cattaneo che osserva disegnata a terra l’ombra di una cancellata che ricorda la leggerezza delle sue opere, ma poi si viene improvvisamente proiettati in una dimensione dominato dall’insolito: il sacco da pugile su cui scarica la sua energia Sonja Quarone, la saldatrice per plastica usata da Franco Mazzucchelli per le sue opere gonfiabili, l’arco caro a Beppe Bonetti, i giganteschi torni di Mario Benedetti. Gli studi, come appaiono ben descritti anche nella narrazione di Soddu, sono talvolta piccoli – succede spesso agli scultori che sulle grandi dimensioni lavorano in fonderia – e in altri casi davvero imponenti, intensamente vissuti o inaspettatamente ordinatissimi, pieni di disegni, fotografie, ritagli incollati alle pareti o dominati da armadi, librerie, scaffali. In mezzo a tutto ciò Enrico Cattaneo si muove sicuro, muta spesso la prospettiva fino ad arrivare a curiose riprese dall’alto, cattura lo spirito dell’arte senza mai cedere alla retorica e coinvolgendo gli artisti stessi nell’operazione. “All’inizio sono sempre un po’ tesi. Il mio segreto consiste nello scattare tante foto così i miei soggetti un po’ si stufano, un po’ iniziano a pensare a me come a una parte dell’arredamento e soprattutto smettono di pensare alla macchina fotografica. E’ proprio da quel momento in poi le fotografie cominciano a diventare belle ed è da lì che inizia davvero il mio lavoro.


Ritratto dell’artista in casa. Qualche considerazione storica

di Paolo Bolpagni

È palese che il luogo in cui un artista lavora influisca sulla sua opera. O addirittura sia esso stesso opera. Kurt Schwitters trasformò il proprio appartamento nella Waldhausenstraße a Hannover nel ricetto del famoso Merzbau, sorta di scultura-ambiente assemblata tra il 1924 e il 1932 con i materiali più eterogenei, accumulati giorno dopo giorno fino a invadere i locali adiacenti alla stanza originariamente a ciò preposta, e poi i due piani superiori, il seminterrato… A ben considerare, era il diario intimo e vero (e non è il caso di rammemorare la rilevanza della “Kultur des Tagebuchs” nella mentalità tedesca) dell’esistenza di Schwitters, che registrava i sommovimenti riposti della sua psiche tramutandoli in oggetti che occupano lo spazio, così come i pensieri – consapevoli o meno – ingombrano il cervello. La riprova, quindi, della misura in cui le dimore rispecchino chi le abita, tanto più quando esse ospitino un artista, e il lavoro di un artista.
Molti gli esempi possibili. Giorgio Morandi, appartato nel suo alloggio bolognese di via Fondazza, oppure nella residenza di Grizzana sull’Appennino, vi costruì una delle avventure pittoriche dell’interiorità più intense del Novecento; e quegli ambienti sono ancor oggi luoghi della narrazione e della memoria, in cui ritroviamo le cromie ocra, brune e grigie delle tele dell’autore.
O pensiamo alla lussuosa casa in cui visse i propri ultimi decenni Giorgio de Chirico, affacciata su piazza di Spagna a Roma: possiamo capire moltissimo dell’autentico spirito dell’enigmatico pittore metafisico se attraversiamo il soggiorno elegante, se entriamo nello studio ingombro di oggetti, con il lavabo per pulire i pennelli su un lato, se ci affacciamo – con sorpresa – sul biancore della minuscola e spartana camera da letto (quasi una cella monacale), posta dirimpetto a quella pomposa e ovattata della moglie Isa. Super Io, Io ed Es, diremmo, estrinsecati in formula abitativa…
All’opposto, per restare nella capitale, potremmo citare l’appartamento-atelier di Giacomo Balla in via Oslavia al quartiere Prati, coloratissimo ma in fondo modesto, ritratto perfetto dell’inventiva concreta e fattiva del pittore, illuminato da una creatività solare e affermativa, contraltare paradigmatico alle cupe inesplicabilità di de Chirico. E il discorso, da qui, si amplierebbe facilmente alla vasta questione delle “case d’arte futuriste” (di Depero a Rovereto, di Bragaglia a Roma, di Tato a Bologna, di Pippo Rizzo a Palermo): luoghi di ritrovo, di elaborazione estetica e poetica, di produzione d’oggetti progettati con l’idea di contribuire a una ricostruzione dell’universo in forme nuove e dinamiche…
Arretrando nel tempo, poi, come non ricordare gli eccezionali esempi di dimore plasmate a propria immagine e somiglianza da grandi esponenti del Simbolismo europeo? La mente corre alla villa di Franz von Stuck a Monaco di Baviera, con quell’inquietante “altare” dove il celebre dipinto del Peccato (raffigurazione di una donna ammaliatrice avvinta al terribile serpente – entrambi ci guardano con intento di sfida e seduzione) assurge a equivalente di un’ancona per una chiesa cattolica; o alle case di Fernand Khnopff a Bruxelles, di František Bílek a Praga. Come scrisse Luca Quattrocchi in un bellissimo saggio, sono abitazioni di tre personalità diverse, espressioni di istanze differenti (il silenzio, la frenesia, l’ascesi, si potrebbe sintetizzare), ma accomunate dall’aspirazione a un’integrale fusione di arte e vita .
In Italia, spostandoci una tantum in ambito letterario, vi sarà il singolare fenomeno del Vittoriale di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, sorta di mausoleo edificato in vita quale propria dimora sempiterna, dove regna un’atmosfera suggestiva e volutamente opprimente: per creare un clima di raccoglimento mistico il Vate fece velare la luce esterna con tende e schermi colorati, e riempì le stanze di calchi di sculture greche, statuette zoomorfe, emblemi orientali, frutti di vetro illuminati elettricamente, cimeli di Mozart, Beethoven, Liszt, Wagner. Un precedente importante, del resto, esisteva già a Venezia, dove Marià Fortuny i de Madrazo, spagnolo di nascita e francese di formazione, ma stabilitosi nel nostro Paese già dal 1889, assemblò nella sua sfarzosa residenza di Palazzo Pesaro Orfei una vera e propria “sinfonia cromatica d’arredo”, una casa-laboratorio che è un’opera d’arte “secondo un ritmo antico” (sono parole di Angelo Conti ), specchio della stessa personalità schiva e aristocratica del pittore, che vestiva in ogni stagione la medesima cappa di cotone scuro simile a quelle indossate dai protagonisti delle opere di Bellini e Carpaccio.

Spero che il lettore non me ne vorrà, ma la mia naturale inclinazione di storico dell’arte, più che di critico, mi ha condotto sinora a presentare casi del passato. Il merito eminente di Stefano Soddu e di Enrico Cattaneo è invece d’introdurci con discrezione, l’uno con le parole, l’altro con le immagini, nelle abitazioni e negli studi di esponenti dell’oggi. L’area di riferimento è perlopiù circoscritta a Milano e dintorni. E l’impressione è che dalle pagine traspaia proprio un che di profondamente ambrosiano, anche – e forse soprattutto – quando i personaggi in causa siano originari di differenti parti d’Italia. Insomma, vi leggo qualcosa di quella “sublime ferialità lombarda” cantata da Alessandro Manzoni; un ethos che sembrerebbe resistere persino al potere del trendy e dello chic, così imperanti nel mondo dell’arte, nella nostra Milano e non solo.
1 – Luca Quattrocchi, Artisti come architetti: Khnopff a Bruxelles, von Stuck a Monaco, Bílek a Praga, in “Ricerche di Storia dell’Arte”, n. 36, 1988.
2 – Angelo Conti, Per Mariano Fortuny, in “Il Mattino”, 14-15 maggio 1927. “Nel suo tormentato estetismo, sensibilissimo e geniale, Fortuny ricrea a propria misura un aureo rinascimento, sintesi fantasiosa tra invenzione architettonica, stupore scenografico e plasticismo materico, un sogno sospeso tra idealismo wagneriano e neogoticismo preraffaellita, attento alle tendenze di gusto sul mutare del secolo”.

 

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